giovedì 12 luglio 2012

Lettera di un lettore: Servono le Province?


Una lettera di un lettore che pubblichiamo.

"Servono le Province?" si domanda Dibattito Morsanese. Penso che nel Friuli Venezia Giulia dei campanili dobbiamo avere il coraggio di salirci per vedere meglio e più lontano, piuttosto che restare a terra, rassicurati, a prendere l'ombra. 

Non è solo la crisi economica e la crescente scarsità di risorse pubbliche a richiedere una radicale modifica dei poteri locali, delle fonti di costo e di erogazione dei servizi. Sono giunti al termine di un lungo ciclo virtuoso anche le condizioni che hanno contrassegnato un periodo della nostra storia. Infatti, attraverso la specialità e il policentrismo urbano sono state garantite sia l'unità regionale sia la crescita economica e sociale del Friuli Venezia Giulia. Ma oggi la loro funzione appare esaurita. E' l'occasione, quindi, per pensare ad altri paradigmi che permettano un nuovo senso di appartenenza e di crescere consumando di meno mettendo in campo, finalmente, una organizzazione isituzionale di tipo federalista, alla scala nazionale, e legata alle città e ai sistemi territoriali locali, alla nostra scala. Del resto, l'affermarsi di una ben definita dimensione dell'economia, con il mondo vero nastro trasportatore di beni e servizi, e dell'Unione Europea, quale sorgente prevalente di sovranità, comporta la ridefinizione della missione degli Stati Nazione e il formarsi di una nuova regionalizzazione. Non serve attendere.

Serve poco sapere che la legislazione di riordino dei poteri e delle istituzioni è in movimento, quando poi non appare chiaro a chi è in mano lo scettro del comando, se alla politica, ai Comuni o ai tecnocrati, né entro quale periodo si realizza la riforma e si dà vita ad un modello organizzativo diverso da quello che ancora conosciamo. Al fondo, vi è l'urgenza dell'innovazione istituzionale e della governance locale che solo un approccio rigoroso e non volontaristico può favorire. Coerenza vuole che si punti sulla Regione e sulle città; sulla costruzione di nuovi Comuni, dal superamento di un buon numero dei 218 esistenti, e su una decina di sistemi territoriali di area vasta (peraltro previsti dal nascente Piano di Governo del Territorio), entro cui affrontare problemi complessi, pianificare e gestire servizi e patrimoni naturali e economici. Due livelli istituzionali (Regione e Comuni) più uno (sistema territoriale) favoriscono l'obiettivo del contenimento dei costi, di spesa corrente e per i progetti, e liberano nuove risorse finanziarie pubbliche, da destinare al
miglioramento della qualità dei luoghi (paesaggio, borghi) e degli asset (piattaforme produttive, strutture tecnologiche). Non bisogna avere paura di accantonare l'esperienza storica che pur ha determinato un'evoluzione positiva della comunità regionale. I vecchi confini forse ci rassicurano ma non ci salvano. 

Si tratta di avviare, con la rapidità che le circostanze richiedono, l'innovazione e la cooperazione territoriale contro la consolidata e onerosa ricerca di concorrenza interna tra ogni singola realtà urbana, per attrarre abitanti, clienti, turisti, studenti e imprese, attraverso l'utilizzo delle leve fiscali e tariffarie, il consumo del suolo, la dotazione di capitale fisso sociale. Se questo modello che si è caratterizzato fino ad oggi dovesse confermarsi, per inettitudine o cecità o localismo, si disperderebbe ogni residua possibilità di contenere la spesa pubblica e di elevare sia la sostenibilità di iniziative e progetti sia la coesione sociale. Va da sé che l'organizzazione di un disegno è un processo, non è mero atto amministrativo e decisione definitiva del legislatore o del politico. Come non è pensabile promuovere l'innovazione istituzionale e la governance locale se, parallelamente, non si mettono in opera strumenti di perequazione fiscale. Il successo delle politiche di "cessione di sovranità" tra un Comune e un altro, l'ottimizzazione dei servizi, l'integrazione delle attività e il ri-addensamento urbano e produttivo deriva se, appunto, non c'è qualcuno che guadagna a scapìto di altri soggetti. Così come va utilizzato al meglio il rilevante numero di persone e le competenze tecniche occupate nelle strutture regionali e provinciali. Forse è il caso di immaginare una scomposizione-ricomposizione dell'occupazione all'interno del modello istituzionale che deve affermarsi, facendo i conti con i vincoli e le possibilità offerte dal "comparto unico" che oggi regola i rapporti tra dipendenti e amministrazione regionale.
Maurizio Ionico

1 commento:

irrigolare ha detto...

Bellissimo spunto di discussione. Bravo, come al solito, Maurizio Ionico

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